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Economia e Lavoro | 08 gennaio 2021, 17:45

Intervista a Riccardo Taverna e Andrea Secchi per parlare dei problemi, dei meccanismi e dei modelli di governance nelle aziende non profit e del crescente rapporto del 3^ settore con le imprese

Intervista a Riccardo Taverna e Andrea Secchi per parlare dei problemi, dei meccanismi e dei modelli di governance nelle aziende non profit e del crescente rapporto del 3^ settore con le imprese

Un tema che negli ultimi anni si sta sempre più dibattendo è quello riguardante l'interesse della società e del sistema politico nei confronti delle aziende non profit. Un settore che si caratterizza per l’eterogeneità dei soggetti giuridici coinvolti e per la varietà dei settori di attività. Infatti, le aziende non profit presentano numerose peculiarità dal punto di vista economico-aziendale ed una complessa gestione che consiste nell'esercizio di attività di utilità sociale, accompagnate dall’esercizio di attività accessorie. Per saperne di più sui vari meccanismi dei modelli di governance nelle aziende non profit abbiamo intervistato due esperti del settore: il Dott. Riccardo Taverna ed il Dott. Andrea Secchi.

Breve scheda introduttiva di Riccardo Taverna:

Riccardo Taverna già Docente al Master Professione CSR dell’Università Cattolica di Milano e Direttore di Economia Civile & Sostenibilità di Aida Partners è esperto di sostenibilità e volontariato. Studioso della reputazione, cultore di Economia Civile. Le sue aree di specializzazione sono: stakeholder engagement, stakeholder management, reputation management, rendicontazione, strategie di sostenibilità e ricerca. Come dicevamo prima è membro della Faculty del corso executive Professione Sostenibilità e CSR dell'Università Cattolica. riccardo.taverna@aidapartners.com

Nei suoi corsi emerge spesso la domanda “come migliorare ed implementare il grado di coinvolgimento dei Cda nella CSR e il livello di implementazione della CSR nei processi aziendali?  

La prima domanda – almeno per quanto attiene almeno al mondo delle società quotate - è disciplinata dalla legislazione di Borsa italiana della Corporate Governance. Il nuovo codice di autodisciplina dice che, cito testualmente: “l’organo amministrativo guida la società perseguendone il successo sostenibile”. Per successo sostenibile si intende la creazione di valore nel lungo termine a beneficio degli azionisti tenendo conto degli interessi degli altri stakeholder rilevanti per la società. Per cui quello che noi avevamo incominciato a dire sei, sette anni fa, nell'ambito del nostro Osservatorio sullo studio del grado di implementazione della sostenibilità nelle società quotate è entrato nei concetti più moderni di sostenibilità ed è stato implementato dal nuovo codice di autodisciplina. C’è da dire che se una cosa è valida per le società quotate, che ogni giorno sono giudicate con il prezzo di chiusura del titolo in borsa, vale anche per le altre. Peraltro in tutto il mondo le aziende quotate ai vari mercati sono sempre più trattate con interesse dai buyer istituzionali proprio sulla qualità dei programmi di sostenibilità e per la presenza di Governance massimamente qualificate”.

Come ha visto crescere la sensibilità degli stakeholder verso il terzo settore in questo decennio?

Premetto che ho fatto delle incursioni nel terzo settore dove ho collaborato con l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla e Legambiente. Detto questo, ho visto le imprese avvicinarsi al terzo settore là dove c'erano dei progetti concreti – ma soprattutto trasparenti - e c'erano delle organizzazioni che erano in grado di gestirli. In queste due organizzazioni, per esempio, ci sono delle strutture in grado di gestire progetti anche complessi. Se lei pensa alle campagne di piazza e dell’AISM o Goletta Verde o Puliamo Il Mondo di Legambiente che muovono migliaia di cittadini, siamo di fronte a due ONLUS con le competenze per gestire i progetti dall’ideazione alla realizzazione, alla comunicazione. Questo può accadere anche con didimensioni minori, anzi a maggior ragione quelle organizzazioni meno conosciute e meno consolidate, devono fare di più per farsi conoscere da un numero maggiore di possibili finanziatori”.

Lei ogni giorno ha sempre più rapporti con le imprese che sempre più si orientano a sostenere “il sociale”, ma le imprese non rischiano la loro reputazione se decidono di sostenere onlus che poi si rivelano dei propri boomerang di bad reputation?

Questo è ovvio! Se un'impresa diventa partner di una onlus che poi risulta sui media di aver nell'armadio degli scheletri ne risente. Il problema è come possono le imprese capire che stanno entrando in relazione con un partner che non affosserà la loro reputazione. Non è facile perché bisogna sempre stare sul pezzo, ma fortunatamente negli ultimi tempi sono apparsi innovativi indicatori di buon senso per capire se la Onlus sia solida dal punto di vista reputazione, ad esempio: meglio sempre controllare chi siede nel consiglio d’amministrazione, se c’è un comitato scientifico e da chi è composto, se producono un bilancio sociale ( ed è asseverato da parte terza ), se possiedono certificazioni super partes rilasciate da enti al di sopra di ogni sospetto che ne attestino la corretta gestione delle risorse finanziarie ed organizzatrice come ad esempio la certificazione OLC - Onlus Certification ( www.certificazioneonlus.org ) , progettata da un team specializzato di consulenti con trent’anni di esperienza nella compliance normativa e legislativa”.

Questa estate è fragorosamente scoppiato il caso “UNITI X CREMONA” che ha coinvolto la Fondazione Arvedi e il Comune di Cremona che ha trascinato decine di associazioni, imprese e privati in un fango reputazionale gravissimo

Personalmente non sono uso commentare situazioni così incresciose ancora sotto pesanti indagini e senza esiti certi. Non è il primo caso e purtroppo – nonostante la recente riforma del 3^ Settore ( che da sola non garantisce certo la trasparenza assoluta non essendo ancora applicati veri criteri di accertamento )potrebbe non essere l’ultimo, ma il caso non fa altro che ribadire la estrema necessità che ogni stakeholder – in particolare gli EE.PP. - sia sempre attento a chi dona denari e promuove finanziamenti. Purtroppo il malaffare – che sovente gira intorno alle situazioni simili – è diffusissimo”.

Se interpellato dai vertici della Onlus, quali azioni correttive avrebbe fornito per risolvere con tempestività il grave dramma creatosi a Cremona?

In primis mi sarei messo immediatamente a disposizione dell'autorità applicando i concetti di gestione delle crisi per le aziende. Avrei conferito ad ente esterno super partes una analisi approfondita di tutto il sistema di gestione ( la documentazione è basilare per allocare le responsabilità decisionali e raccogliere le informazioni fondamentali ) e poi parallelamente avrei creato un canale di comunicazione diretto con gli stakeholder, con i mezzi di informazione sia locali che nazionali ( il caso è deflagrato a livello nazionale pur con una organizzazione di chiaro stampo locale ) per informare quotidianamente su come la onlus si stava attrezzando per risolvere il problema”.

Come poter incidere all’interno delle aziende, per aumentare l’effetto sulla cultura dell’ impresa in materia di corporate governance, stakeholder engagement, evitando dei rischi per le imprese?  

Se lei mi sta chiedendo cosa può fare l'impresa per portare il terzo settore in questa direzione, la cosa che può fare il settore profit è far capire che il livello di competenza delle onlus deve alzarsi. Ma ci deve essere un duplice scambio culturale nel quale l’azienda fa crescere le competenze della onlus e la onlus fa elevare la sensibilità ed i valori del terzo settore. Bisogna parlare secondo me di partnership e non di un settore che influenzi l'altro. Si devono contaminare vicendevolmente”.

Ci parli del suo ruolo in Aida (https://www.aidapartners.com/)

Aida Partners è un’agenzia di relazioni pubbliche attiva da oltre 25 anni con una specializzazione nell’ambito della sostenibilità e consulenza al Terzo Settore. Io in AIDA sono Direttore del Dipartimento Economia Civile e Sostenibilità e Andrea Secchi il mio collaboratore più stretto. Il team di sostenibilità dell’agenzia viene chiamato dalle imprese per tutta l'attività di rendicontazione, quindi bilanci di sostenibilità, ma anche per migliorare la loro attività di engagement nei confronti dei loro stakeholder e successivamente determinare le strategie di miglioramento. Quindi abbiamo anche una forte componente educativa e formativa che non è necessariamente formazione strutturata ma una forma di learning by doing che facciamo mentre produciamo la nostra attività di consulenza. Nell’area sostenibilità abbiamo clienti come, ad esempio, Salov che è il primo produttore di olio extravergine d'oliva d'Italia, Carlsberg, Ungari che è una piccola società della provincia di Milano che commercializza carrelli elevatori, Grifal, un'azienda bergamasca che produce soluzioni di imballi e Sodexo, multinazionale francese attiva nei settori della ristorazione collettiva, delle pulizie e del facility management. Infine, abbiamo rapporti con delle università e prima fra tutte l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, per la quale abbiamo fatto il primo bilancio di sostenibilità e poi con una serie di realtà accademiche scientifiche italiane”.

Breve scheda introduttiva di Andrea Secchi:

Laureato in Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, da 2 anni fa parte del team di Economia Civile e Sostenibilità in Aida. Si occupa di redigere Bilanci di Sostenibilità, stakeholder engagement, ricerche/analisi e indagini aziendali. andrea.secchi@aidapartners.com

Aida, unitamente ad Aisom (Ass.ne Nazionale delle imprese), ha appena terminato una profonda ricerca sui temi della governance nelle Onlus e nelle imprese e la loro interrelazione. Ci può anticipare qualcosa?

Il dato più interessante della ricerca è che il Covid sta facendo convergere la relazione tra imprese e Terzo Settore. Infatti, il 50% dei rispondenti afferma che questa pandemia potrà migliorare le partnership, cogliendo così le opportunità che derivano da un momento di grande difficoltà. Solo il 17% afferma che la pandemia peggiorerà i rapporti tra i due settori. Questo può essere sintomo del fatto che le risorse che lo Stato mette a disposizione sono insufficienti e quindi le Onlus possono giocare un ruolo fondamentale per provvedere alle esigenze dei propri territori. In generale il questionario e le risposte sono state rilevate nel periodo compreso tra giugno e ottobre del 2020. Abbiamo ottenuto un totale di 116 risposte al questionario che è stato somministrato mediante metodologia Cawi. Per quanto riguarda l'analisi abbiamo deciso di dividere i rispondenti in due cluster, uno generale che comprende indistintamente tutti i rispondenti all'indagine e poi un secondo cluster più specifico in riferimento a quelle onlus che non avevano relazioni con le aziende al momento della rilevazione ma che in futuro vogliono attivare delle partnership. Questa scelta è stata dettata dalla volontà di capire se quelle onlus che non hanno per l'appunto relazioni con le imprese e che hanno quindi uno sguardo, una percezione di questo mondo dall'esterno, hanno la stessa percezione di quelle onlus che invece hanno già anni di esperienza e di collaborazione. Ovviamente i risultati che noi andiamo a presentare hanno un valore tendenziale. In generale la composizione dei rispondenti vede delle onlus che prevalentemente rientrano nel settore della salute, della cooperazione verso i paesi poveri e dell'assistenza ai portatori di handicap. La maggior parte dei rispondenti, ovvero il 73% del totale dichiara di collaborare con più di un'azienda o con un'azienda singola. Mentre il 24% dichiara di non aver alcun tipo di relazione con le aziende. C'è poi un 4% dei rispondenti che non l'abbiamo categorizzato come “altro”, in quanto al momento della rilevazione non avevano dei rapporti in essere con le imprese. Siamo poi andati ad indagare circa la volontà di attivare, da parte delle Onlus, delle relazioni con le imprese e tra i rispondenti, il 70% dichiara di voler creare in futuro delle partnership con il settore profit. La motivazione principale è riconducibile alla volontà di creare un'alleanza tra mondo profit e non profit sempre più salda e di ricevere anche sostegno economico da parte delle imprese. Successivamente, siamo andati a indagare degli indicatori più specifici. Uno di questi, ad esempio, si riferisce alle competenze delle Onlus che citava poco fa Riccardo. Abbiamo chiesto alle Onlus di auto valutarsi in una scala da 1 a 10. È emerso che la maggior parte delle Onlus si dà una valutazione intorno all’8. Poco al di sotto troviamo le valutazioni tra il 5 e il 7 mentre le valutazioni eccellenti sono in numero minore. Le valutazioni più basse sono riconducibili al fatto che le Onlus lamentano una mancanza di competenze ed esperienza e chiedono di conseguenza maggiore specializzazione delle proprie persone. Questi temi sono validi anche per chi rientra nella valutazione dell’8 però con accezioni più positive, facendo spesso riferimento al miglioramento continuo. Infine, le Onlus che si sono valutate tra il 9 e il 10 vantano anni di esperienza nel settore e nelle relazioni con il mondo profit.

Il progetto è nato insieme all'Aisom (Ass.ne Nazionale delle imprese) per andare a somministrare un questionario più appropriato”.

Dott. Taverna ci può parlare brevemente del suo libro “Tutte le fortune”?

L’hanno definito un libro sull'amore e sulla resilienza. L'amore per mia moglie, la resilienza per come affronto la malattia. Dall’età di 23 anni ho una malattia neurologica degenerativa del sistema nervoso periferico, la CIDP che è una sorella minore della sclerosi multipla, tanto per semplificare grossolanamente. Poi a 47 anni è arrivato il Morbo di Parkinson e tre mesi dopo la diagnosi ho fatto un infarto.

Racconto la vita di un ragazzo di 23 anni che pensava di vivere una vita di un certo tipo e invece la vita stessa gli dice che deve cambiare. Per cui questo libro è tutto il racconto di come ho gestito la mia vita con le malattie, volendo viverla con dignità. C'è un passaggio nel libro dove racconto un dialogo con mia madre nel quale mi dice che si sentiva in colpa per aver fatto un figlio che si sarebbe poi ammalato. A quei tempi camminavo ancora e avevo solo dei problemi alle mani piuttosto visibili ma ero autonomo e le ho risposto: mamma se mi si chiedesse di rientrare dentro di te un attimo prima di nascere e mi dicessero, se esci a quarant’anni sarai immobilizzato su una carrozzina oppure passa il turno, io uscirei di nuovo e nascerei, perché vivere è bellissimo e lo confermo ancora oggi che sono in carrozzina da dieci anni. Questo non vuol dire che io non abbia momenti di depressione o i miei momenti in cui vorrei mandare al quel paese tutto, però mi do tre giorni per risolverlo e ci riesco. “Tutte le fortune”, perché in questo percorso ho avuto tante fortune, incontrare mia moglie, fare il lavoro che mi è sempre piaciuto fare, avere una malattia che degenera lentamente, per cui o la possibilità di adattarmi dove resilienza è la mia visione del cambiamento. Ho imparato che l’autoironia è uno strumento fondamentale per affrontare le malattie. Nella loro serietà e pericolosità non prendersi troppo sul serio aiuta”.

Maurizio Losorgio

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