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Cronaca | 22 maggio 2023, 19:30

Due anni fa la tragedia del Mottarone, vita e morte nella cabina 3

Domani sarà celebrata solo una messa alla chiesa della Madonna della neve, in vetta

Due anni fa la tragedia del Mottarone, vita e morte nella cabina 3

Domani, davanti alla piccola stele di pietra posata nel bosco del Mottarone vicino al punto in cui la cabina numero 3 della funivia terminò il suo drammatico volo, non ci sarà alcuna cerimonia. Sarà celebrata solo una messa alla chiesa della Madonna della neve, in vetta.  Chi vorrà – i parenti che ancora una volta sono stati invitati, forse le autorità – si fermerà al memoriale per un pensiero o una preghiera.    

Sono i nomi incisi sulla pietra che ricordano ogni volta la dimensione del dramma che si è consumato tra queste montagne. Sono le vittime di una tragedia che ha segnato la storia di queste terre: vite e morti piccole e grandi, intrecciate per sempre tra loro e con questi luoghi. I nomi più noti, quelli che tutti ricordano, sono quelli legati al piccolo Eitan Biran, unico sopravvissuto dello schianto mortale, un bimbo che oggi ha sette anni, che quella domenica di sole nel maggio del 2021 ha perso tutto e che suo malgrado è diventato il simbolo di questa vicenda dolorosa.

Eitan era salito sulla funivia con tutta la sua famiglia : il papà Amit Biran di trent’anni e la moglie Tal Peleg di 26. Israeliani di origine ma da anni in Italia, vivevano in un piccolo paese alla periferia di Pavia. Amit aveva studiato medicina a Pavia, era tirocinante alla clinica Maugeri. La moglie era invece laureata in psicologia. Avevano organizzato la gita sul Lago Maggiore per far vedere un bel posto ai nonni arrivati in visita da Israele, Itshak Cohen, 81 anni, e Barbara Konisky, 71 anni. Con loro c’era anche il figlio più piccolo di Amit e Tai, Tom Biran, di solo due anni. Se i nomi della famiglia israeliana sono rimasti nella memoria di molti, anche a causa delle tante vicende di cronaca che hanno circondato la vicenda di Eitan, a cominciare dal rapimento messo in atto dai nonni materni, la nebbia leggera del tempo ha forse offuscato il ricordo delle storie delle altre vittime.     

Sulla cabina maledetta era salita una ventisettenne calabrese di Diamante, in provincia di Cosenza. Si chiamava Serena Cosentino, ed era arrivata nel Verbano da meno di due mesi: dopo la laurea in scienze naturali alla Sapienza di Roma e una specializzazione in monitoraggio e riqualificazione ambientale, aveva vinto una borsa di studio all’istituto di Idrobiologia del Cnr, che si trova proprio a Verbania, e si era trasferita, per lavorare ad un progetto sulla presenza di microplastiche nel Lago Maggiore. Quella domenica era venuto a farle visita il suo fidanzato Mohammed Reza Shahisavandi, di trent’anni, iraniano di origine, che viveva, lavorava e studiava a Roma. Volevano festeggiare con una gita in montagna la guarigione di Serena dal Covid e l’allentamento delle misure restrittive: i loro sogni si sono spenti nel bosco del Mottarone. Come quelli, davvero vicini alla realizzazione di una coppia di Varese, Alessandro Merlo e Silvia Malnati, fidanzati da quasi dieci anni. Lei il 23 marzo si era laureata in Economia e management e all’inizio di maggio aveva lasciato il lavoro da commessa in un negozio di una catena di profumerie con il quale aveva contribuito a mantenersi agli studi. Lui dal 2018 lavorava in una azienda medicale in Svizzera. Vivevano insieme in una palazzina nel popoloso quartiere di San Fermo, e stavano pensando di mettere su famiglia.     Anche Vittorio Zorloni e Elisabetta Persanini, 55 e 38 anni, venivano dalla provincia di Varese, da Vedano Olona. E anche loro stavano per sancire con le nozze già fissate per il 24 giugno un amore arrivato dopo la fine di un precedente matrimonio, e che aveva portato anche alla nascita, cinque anni prima della domenica dello schianto, di Mattia, il loro bambino. Papà e mamma sono morti tra le lamiere, mentre il bambino era ancora vivo quando sono arrivati i soccorritori. Mattia era insieme ad Eitan sull’elicottero volato verso Torino. Ma lui non ce l’ha fatta.     

Gli ultimi due nomi sulla lapide voluta dal comune di Stresa sono quelli di Roberta Pistolato, 40 anni, e di suo marito, Angelo Vito Gasparro, 45. Due anni fa avevano scelto il Mottarone come luogo per festeggiare il compleanno della donna. I due erano originari di Bari ma si erano trasferiti a Castelsangiovanni, nel Piacentino, Lui guardia giurata, lei medico: negli ultimi tempi si era impegnata nella campagna vaccinale anti-Covid. E tutti ne ricordavano la gentilezza e la disponibilità.

 

ECV

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