(Adnkronos) - La povertà, con quasi un quarto delle risposte (23,3%), è la ragione per la quale si è lasciato il paese d’origine. Seguono la mancanza di lavoro (18,5%), la speranza di trovare condizioni di vita migliori (14,8%), il ricongiungimento famigliare (10,3%), la mancanza di libertà nel paese d’origine (9,4%), la guerra o i gravi disordini (8,9%), il fatto di essere stato vittima di persecuzioni (5,7%), i problemi ambientali/climatici (afa, siccità, inondazioni, ecc.) (5,2%) o, più raramente, l’essere stato vittima di discriminazioni (religiose, di genere, ecc.) (2%). E' il dato che emerge da una indagine dell'Eurispes sulla condizione degli immigrati in Italia.
Il nostro Paese viene scelto dagli immigrati come destinazione perché ci vive la loro famiglia (20,5%) o amici/conoscenti (18,4%). Diffusa l’idea che in Italia c’è benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un paese accogliente con gli stranieri (10,6%). Per alcuni era impossibile recarsi altrove (Convenzione di Dublino) (10%), ed un 9,8% ritiene che in Italia ci sia la possibilità di trovare lavoro, mentre per l’8,8% è stata determinante.
Oltre un terzo degli immigrati sono arrivati in Italia tramite permesso/carta di soggiorno (36,3%), un quinto tramite sbarco/ingresso clandestino (20,7%) ed un altro quinto tramite richiesta di asilo (19,4%). Oltre a questi canali più diffusi, l’8,6% riferisce di essere giunto tramite ricongiungimento famigliare, il 3,1% con permesso di soggiorno turistico, il 2,7% con permesso per motivi di studio; il 9,2% indica altre modalità.
Sono più numerosi tra gli uomini che tra le donne coloro che ammettono di essere arrivati nel nostro Paese con sbarco o ingresso clandestino (23,8% contro 15,3%) e con permesso/carta di soggiorno (38,9% contro 31,7%). Le immigrate riferiscono, invece, con frequenza maggiore di essere arrivate tramite ricongiungimento famigliare (16,9% contro 3,9%).
L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi arriva dall’Egitto (52,9%), Bangladesh (38,5%), Marocco (26,7%), Pakistan (26,3%), Nigeria (25%). Gli ingressi per ricongiungimento familiare risultano più frequenti tra chi proviene da Ecuador (25%), Filippine (20%), Albania (16,7%), Ucraina (14,3%); le richieste di asilo, invece, tra gli originari di Nigeria (50%), Marocco (40,0%), Senegal (33,3%).
Gli stranieri privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5%. Tra questi è più elevata la percentuale di chi è arrivato da 3-5 anni (il 30,9% contro il 27,3% dei regolari), da meno di un anno (16% contro 8% dei regolari) e da 1-2 anni (23,5% contro 18,6%); il contrario si riscontra per i residenti da più di 6 anni (vive in Italia da più di 10 anni il 20,9% dei possessori di permesso di soggiorno, a fronte dell’11,1% di chi ne è privo). "La regolarità, prevedibilmente, rappresenta un elemento di stabilità sul territorio", si legge.
Quanto alla permanenza in Italia, il 27,8% degli immigrati interpellati da Eurispes vive in Italia da 3-5 anni, il 24,2% da 6-10 anni, il 19,4% da 1-2 anni ed un altro 19,4% da più di 10 anni, il 9,2% da meno di un anno. La maggioranza degli immigrati racconta dunque una permanenza nel nostro Paese di media durata, tra i 3 e i 10 anni, un quinto, invece, una permanenza ormai lunga, superiore al decennio. Sono, d’altra parte, numerosi gli immigrati di recente arrivo (il 28,6% da meno di 2 anni), a conferma della notevole mobilità dei flussi migratori.
Il 78,1% degli immigrati ha un lavoro in Italia, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l'8,6% non lo sta cercando. Secondo i dati della ricerca, gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%. Tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%). Mentre il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca. Il 93,4% degli immigrati occupati afferma di svolgere un solo lavoro, il 6,6% dichiara di svolgerne più di uno. È possibile, inoltre, che tale valore sia sottostimato, poiché spesso si tratta di lavoro nero e sommerso.
La condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia mostra una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili (62,4%), mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un'occupazione saltuaria o occasionale. Questa evidenza suggerisce come, per la maggioranza degli stranieri occupati, l'inserimento nel mercato del lavoro italiano abbia assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene una quota non trascurabile, pari a oltre un terzo del campione, si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta. La somma delle due categorie non stabili raggiunge infatti il 37,6%, a indicare come oltre un terzo dei lavoratori stranieri operi al di fuori di un orizzonte occupazionale pienamente consolidato. La quota di occupazione stabile che cresce in modo pressoché lineare al crescere del livello di istruzione. Tra chi non possiede alcun titolo o ha la sola licenza elementare, la quota di lavoro stabile si ferma al 32,3%, mentre sale al 54,9% tra i diplomati di licenza media, al 73,6% tra i diplomati di maturità, fino a raggiungere il 93,5% tra i laureati. Lo scarto tra gli estremi della distribuzione supera dunque i 60 punti percentuali.
La distribuzione delle professioni svolte prevalentemente in Italia dai residenti stranieri evidenzia una concentrazione significativa in alcune categorie occupazionali: operai (20,4%) e lavoratori agricoli (12,8%). Su livelli intermedi si collocano alcune professioni legate ai servizi alla persona e alla ristorazione: badante e domestico/addetto alle pulizie raggiungono entrambi il 6,9%, valore identico a quello degli impiegati privati, mentre cameriere/aiuto in cucina si attesta al 5,9%, scaricatore/facchino e rider/fattorino al 5,4% ciascuno, e cuoco/pizzaiolo al 5,2%. Si tratta di un insieme di occupazioni che, pur diversificate per natura, condividono caratteristiche di bassa qualificazione e ridotta stabilità contrattuale. Le professioni a maggiore qualificazione restano marginali nella distribuzione complessiva: il libero professionista raccoglie il 4,2%, l’imprenditore il 2,2% e l’impiegato pubblico appena lo 0,7%, quest'ultimo tra i valori più contenuti dell’intera distribuzione. Anche le attività commerciali, sia in forma di esercizio fisso che ambulante, si mantengono su quote ridotte, rispettivamente al 3,7% e all'1%.
Riguardo al giudizio sull’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, prevale la percezione di indifferenza (22,3%), insieme alla sensazione di atteggiamento amichevole, avvertito da uno straniero su cinque (20,3%). Seguono comportamenti di comprensione/solidarietà (14,6%), ostilità (14,2%) e diffidenza (13,1%). Un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti (10%), l’egoismo si ferma al 2,9% e l’atteggiamento compassionevole/pietoso al 2,1%. Guardando all’insieme delle valutazioni positive e di quelle negative e considerando tra queste anche l’indifferenza, queste ultime superano le prime (62,5% contro 37%). Il Nord-Ovest è l’unica area geografica in cui domina la percezione di ostilità (22%) e, insieme al Centro è l’area che ottiene nel complesso meno risposte positive.
Sono soprattutto gli uomini ad affermare di essere stati testimoni di episodi di razzismo: il 66% contro il 43,4% delle donne. Ancora una volta è il Nord-Ovest a raccogliere il maggior numero di indicazioni in questo senso (64,9%), anche se il fenomeno appare diffuso in tutte le regioni. Le esperienze personali rappresentano una ulteriore conferma del fenomeno: la maggioranza degli immigrati è stata vittima in prima persona di episodi di razzismo almeno una volta (53,2%). Nel dettaglio il 24% qualche volta, il 19,8% una sola volta e il 9,4% molte volte. Nel dettaglio i comportamenti razzisti subìti sono: la scortesia (55,7%); seguono con distacco la derisione (38,8%), gli insulti a sfondo razzista (35,3%) e l’esclusione (31,5%), mentre è stato vittima di aggressione fisica il 14% del campione.
Il 24,3% degli immigrati ha ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale (escluso il lavoro nero) nel corso della propria esperienza in Italia. Secondo i dati della ricerca, le modalità attraverso cui i residenti stranieri hanno trovato il proprio lavoro attuale evidenziano un ruolo nettamente prevalente delle reti relazionali informali: il 47,7% ha trovato lavoro soprattutto tramite parenti o amici, il 29% tramite un proprio connazionale. Sommando queste due modalità, oltre tre quarti degli intervistati hanno individuato il proprio lavoro attraverso canali relazionali di natura personale o comunitaria, configurando un meccanismo di accesso al mercato del lavoro fortemente mediato da legami sociali piuttosto che da canali istituzionali.
La distribuzione delle tipologie contrattuali tra i lavoratori stranieri in Italia evidenzia la prevalenza di contratti a tempo indeterminato, indicata dal 37,5% degli immigrati, seguita dal 30,8% che dichiara un contratto a tempo determinato. Sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli intervistati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente l’1,5% e il 3,7%. Un dato di particolare rilievo riguarda la quota di chi dichiara di non avere alcun contratto, pari al 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione. Quasi un quarto dei lavoratori stranieri si trova dunque in una condizione priva di tutela contrattuale formale, un dato che segnala la persistenza di un’area significativa di lavoro irregolare o non formalizzato all’interno della popolazione straniera occupata in Italia. Questa dimensione contrattuale si riflette anche nella valutazione che gli intervistati danno del proprio guadagno mensile. La valutazione del guadagno mensile da parte dei lavoratori stranieri restituisce un giudizio prevalentemente positivo, con oltre la metà degli intervistati, pari al 52,1%, che ritengono il proprio stipendio sufficiente. Una quota significativa, pari al 30,5%, lo giudica invece scarso, mentre le posizioni estreme raccolgono incidenze più contenute: il 12% si dichiara soddisfatto e il 5,4% lo ritiene assolutamente insufficiente.
Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto. Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare. Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri.
Le donne straniere occupate in Italia esprimono un giudizio sensibilmente più positivo sul comportamento del proprio datore di lavoro rispetto agli uomini. Il 67,9% delle lavoratrici definisce corretto l'atteggiamento del datore di lavoro, contro il 47,5% degli uomini, con uno scarto superiore ai 20 punti percentuali. Sul fronte opposto, quasi un quarto degli uomini (23,9%) giudica non corretto il comportamento del datore di lavoro, a fronte del 10,7% delle donne. Tra i lavoratori uomini risultano inoltre più frequenti le segnalazioni di maltrattamenti (7,6% contro 3,8%) e la condizione di assenza di un datore di lavoro (14,1% contro 4,6%). Le donne, invece, indicano più spesso un datore di lavoro disponibile ad aiutarle (13% contro 6,9%). Secondo Eurispes, il dato va letto anche alla luce della forte presenza femminile in settori come il lavoro domestico e l'assistenza alla persona, caratterizzati da dinamiche relazionali e contrattuali specifiche.
L'indagine mette inoltre in evidenza il peso della regolarità del soggiorno nelle condizioni lavorative: tra chi possiede un permesso di soggiorno, il 55,2% valuta corretto il comportamento del proprio datore di lavoro, quota che scende al 46,2% tra gli irregolari. Ancora più marcata la differenza sul fronte dei maltrattamenti: il 15,4% di chi è privo di permesso dichiara di subirne, contro il 5,1% di chi è in regola. Per Eurispes, la mancanza del permesso di soggiorno rappresenta dunque un importante fattore di vulnerabilità ed esposizione a forme di abuso sul lavoro.
Il rapporto segnala infine uno scarso ricorso agli strumenti di tutela. L'80,8% degli immigrati afferma di non essersi mai rivolto a sindacati, patronati o altre agenzie di supporto. Tra le motivazioni principali, il 39,2% sostiene di non averne avuto bisogno, mentre il 24% ritiene che queste strutture non possano essere utili. Un ulteriore 21,3% dichiara di non sapere a chi rivolgersi, evidenziando un deficit informativo. La mancanza di fiducia nelle istituzioni di tutela riguarda il 12,2% degli intervistati, mentre barriere linguistiche e condizione di irregolarità incidono in misura marginale, rispettivamente con l'1,8% e lo 0,3% delle risposte.
Un terzo dei migranti presenti in Italia ha organizzato il suo viaggio di arrivo nel Belpaese da solo; in quasi tre casi su dieci, invece, tramite intermediari a pagamento. Secondo i dati, il 33,4% dei migranti intervistati ha organizzato da solo la propria emigrazione, più di uno su 5 si è affidato ad intermediari del suo paese dietro pagamento (21,3%) e quasi un altro quinto lo ha fatto tramite parenti/amici che già vivevano in Italia (19,2%).
Altri sono emigrati tramite il decreto flussi (15%) e, più raramente, attraverso intermediari italiani dietro pagamento (6,5%) o attraverso istituzioni religiose (2,9%). D’altronde, le modalità attraverso le quali gli stranieri giungono nei Paesi europei possono essere non del tutto trasparenti e regolari, elemento che induce una parte di loro a non indicare con precisione i canali utilizzati.
Considerando i Paesi d'origine, si registrano percentuali superiori alla media di migranti che affermano di aver organizzato da soli la propria emigrazione tra chi viene dall'Ucraina (57,1%), dall'Albania (44,4%), dalla Nigeria (41,7%), dall'Egitto (41,1%), dalla Moldavia (40%). Da segnalare anche l’elevata percentuale di stranieri provenienti dalla Cina (54,2%) e dalle Filippine (40%) giunti nel nostro Paese tramite parenti/amici che già vivevano qui; al contrario, il valore risulta decisamente basso tra i soggetti ucraini, peruviani, senegalesi, albanesi, marocchini. I residenti di origine straniera che dichiarano con maggior frequenza di essere emigrati attraverso intermediari del proprio Paese dietro pagamento sono quelli provenienti da Perù (100%), Marocco (46,6%), Egitto (35,3%), Senegal (33,3%), India (33,3%).
La maggioranza degli immigrati dichiara di voler restare in Italia per sempre (52%) e quasi un terzo intende restare almeno per diversi anni (30,9%). Solo uno su 10 pensa di lasciare l'Italia: il 5,6% per spostarsi in un altro Paese e un 4,8% per tornare nel proprio Paese d'origine. A questi si aggiunge un 6,7% che non sa che cosa farà.
Nel complesso, evidenzia il rapporto Eurispes, la larghissima maggioranza dei migranti (82,9%) ha intenzione di rimanere a vivere in Italia ancora a lungo o per sempre. Il nostro Paese è dunque visto soprattutto come un luogo stabile di approdo, molto più che di passaggio.
Tra chi ha intenzione di emigrare in un altro Paese, la destinazione più citata è la Germania (48,3%). Seguono il Regno Unito (13,8%) e la Francia (13,8%), gli Stati Uniti (10,3%), la Spagna (6,9%) e, infine, Svezia e Canada (entrambe 3,4%).














