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Attualità | 25 ottobre 2021, 18:24

“Io, suora nell’inferno di Kabul”: a Novara una missionaria rifugiata in Italia

"Molte donne giovani avevano tolto il burka, ma continuavano a essere soggette agli uomini"

“Io, suora nell’inferno di Kabul”: a Novara una missionaria rifugiata in Italia

La voce le si rompe ancora nella commozione quando ricorda gli ultimi momenti a Kabul, prima di salite sull’aereo che l’ha portata in salvo a Roma. “Avevamo paurea, Tanta paura di cadere nelle mani dei talebani, delle retate senza pietà. Anche organizzare la partenza, per far evacuare fino all’ultimo cristiano, è stato doloroso e difficile. Io ho scelto di restare fino alla fine: ero convinta che o saremo morti tutti o ci saremo salvati tutti. Naturalmente speravo che le cose andassero per il meglio”.

Lei si chiama Shahnaz Bhatti, è una religiosa della congregazione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret.

È pakistana di origine, ed è stata missionaria in Afghanistan sino allo scorso agosto, quando, scortata dall’Esercito Italiano, è riuscita a lasciare il Paese, dopo l’entrata a Kabul dei Talebani. Ha preso uno degli ultimi voli, il 25 agosto, giorno prima del sanguinoso attentato che di fatto ha bloccato l’attività dell’aeroporto internazionale. La religiosa ha raccontato ai giornalisti questa mattina la sua storia nel corso di una conferenza stampa promossa dalla Diocesi di Novara, che l’ha invitata come testimone alla Veglia missionaria tenutasi sabato sera nel santuario di Boca.

Suor Shahnaz era nella capitale afghana nell’ambito del progetto “Pro bambini di Kabul”, nato nel 2001 per volere di Papa Giovanni Paolo II e portato avanti insieme ad altre due religiose di altre congregazioni. La comunità gestiva nella capitale afghana una scuola per bambini – circa 60 in tutto - con disabilità mentali e con la sindrome di Down dai 6 ai 10 anni.

La suora, dal 15 al 25 agosto è riuscita a far uscire dal Paese 15 famiglie di collaboratori dell’associazione. Le famiglie dei ragazzi hanno lasciato a capitale per luoghi più sicuri. Con lei, nelle ultime ore a Kabul era rimasto un piccolo gruppo di religiose e sacerdoti, insieme a 14 bambini dell’orfanotrofio delle suore di Madre Teresa: “Non saremmo mai partite senza di loro perché sapevamo che sarebbero morti”.

Raccontando della situazione in Afghanistan, suor Bhatthi è preoccupata soprattutto per le giovani donne. “Dopo 20 anni di prove di democrazia – ha detto tra l’altro - molte donne giovani avevano tolto il burka, ma continuavano a essere soggette agli uomini come non fossero persone intelligenti, capaci di decidere da sole. Io stessa per andare in banca o in altri luoghi pubblici dovevo essere accompagnata da un uomo. Adesso gli sforzi di chi si impegnava per loro sembrano vanificati”.

Alla conferenza stampa hanno partecipato il vicario generale della Diocesi, monsignor Fausto Cossalter e il direttore del centro missionario padre Massimo Casaro.

ECV

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