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Sport | 12 novembre 2023, 09:00

Progetto campioni, il sogno di una vita diventato realtà: alla scoperta del novarese Mattia Tordini

L’attaccante classe 2002 ripercorre insieme a noi il suo percorso tra soddisfazioni e difficoltà

Progetto campioni, il sogno di una vita diventato realtà: alla scoperta del novarese Mattia Tordini

Continua l’appuntamento periodico con la nuova rubrica all’interno dei quotidiani del gruppo editoriale Morenews: Progetto Campioni.

Paola Mascherin ci racconterà i profili degli atleti più interessanti del nord ovest, per provenienza o militanza.

Oggi è il turno di Mattia Tordini, attualmente in forza al Calcio Lecco. Mattia ci racconta il suo percorso calcistico e personale volto alla realizzazione di un sogno: vivere di calcio, la sua più grande passione.

Come ti sei appassionato al calcio?

“Quando ero piccolo i miei nonni abitavano vicino a me e mio nonno è sempre stato un grande appassionato di calcio e tifoso dell’Inter, lui mi ha trasmesso la passione per il calcio.”

Chi è il tuo idolo e a chi ti ispiri? 

“Non ho un vero e proprio idolo però guardo tanto i giocatori nel mio ruolo, tipo Lautaro e quando giocavano al Napoli seguivo molto Insigne e Mertens, comunque tutti giocatori abbastanza piccoli da cui posso imparare.”
 

Se dovessi descrivere il tuo ruolo in poche parole?

“Fantasia, è un ruolo dove non pensi tanto, secondo me non è una questione di tattica, è più una questione d’ispirazione e creatività del momento.”
 

Quando hai capito che nella vita avresti voluto fare il calciatore? 

“Io a 4 anni sono andato a giocare all’Inter, ci sono stato 10 anni, è una realtà importante con una mentalità vincente. Lì fin da piccolo ho capito che per arrivare a certi livelli devi fare dei sacrifici e io avrei fatto di tutto per diventare un calciatore.”
 

Com’è far parte di un settore giovanile così prestigioso?

“Ti da tantissimo, sei in uno dei centri sportivi migliori in Italia, con staff e preparatori atletici fra i migliori nel loro ruolo, vai a fare tornei in giro per tutta Europa. Grazie all’Inter sono stato in Germania, Georgia, Spagna e mostri altri paesi. Ci hanno sempre insegnato il rispetto e l’umiltà facendoci capire il privilegio che avevamo a poter vivere esperienze del genere pur essendo così giovani. L’Inter è sempre stata molto presente, ci chiedevano sempre come andavamo a scuola, le pagelle, erano molto puntigliosi sull’extra campo.”
 

Che cosa ti appassiona del calcio? 

“Senza girarci intorno la cosa più bella del calcio è vincere, raggiungere obiettivi, vincere trofei e partite, scalare più campionati e gerarchie possibili. Da quando sono piccolo spero di arrivare a fare questo nella vita per far star serena la mia famiglia, adesso li aiuto economicamente e il mio sogno più grande è riuscire a pensare a loro fra qualche anno. Mio papà è anziano e devo sperare di farlo stare a casa il prima possibile, è l’obiettivo principale che ho in questo momento.”
 

Quando si presentano dei momenti bui secondo te come vanno affrontati? 

“Purtroppo negli ultimi due anni ho passato un anno intero di momenti bui. Mi sono fatto male due volte nello stesso punto, al quinto metatarso, e sono stato un anno fuori dal campo. La mia famiglia mi ha aiutato tanto, mio fratello mi è stato più vicino di tutti quando avevo il gesso e le stampelle, i miei genitori venivano a trovarmi spesso nonostante lavorassero. Mi hanno dato tanta forza e da quel periodo lì ne sono uscito più forte.”

 

Cosa ha significato per te il gol in pieno recupero contro il Pisa?

“Mi rendo conto di aver fatto una cosa importantissima, penso sia stata anche abbastanza fortunosa, ma anche un pizzico di fortuna serve per raggiungere i propri traguardi. Ho pensato subito ai tifosi e ai miei compagni, venivamo da un periodo sfortunato e magari un mese fa quella palla lì non sarebbe mai entrata. Nel farlo ho provato un'emozione grandissima, anche perché non sono uno dei ragazzi che gioca di più, ho fatto vedere che ci sono anche io e che possono contare su di me.

Mio padre dopo quella partita mi ha scritto che l’ho fatto emozionare ma di azzerare tutto e penare alla prossima, di non adagiarmi, perché è facile magari montarsi la testa dopo un gol così importante.”
 

Che significato ha il gol per te?

“Per me il gol non è tutto, gioco attaccante ma non sono un numero 9, preferisco fare gli assist. Non sono uno che in area è un bomber, mi trovo meglio a giocare la palla. Per me il gol è emozione e quelli che ho fatto sono stati importanti per la squadra ma anche per me stesso, per uscire da momenti o periodi bui.”
 

Come vivi lo spogliatoio? 

“Lo spogliatoio per me è il posto più bello che ci sia, ad allenamento non arrivo né primo né ultimo ma sempre in un orario dove non è ancora completo. Stacco il telefono e parlo con i miei compagni, ci prendiamo in giro e scherziamo, creiamo il gruppo. Lo spogliatoio è casa e chi non lo vive non può capirlo. Secondo me è la cosa più forte che può avere una squadra, il gruppo può fare la differenza e l’anno scorso durante i playoff lo abbiamo dimostrato.”

 

Che cosa ti fa capire che tutti i sacrifici che hai fatto ne sono valsa la pena? 

“Secondo me ne sta ancora valendo la pena, in generale non sono uno che guarda dall’alto al basso, gioco in Serie B a 21 anni e i sacrifici li sto ancora facendo per arrivare ancora più in alto. Da quando ho 15 anni vivo lontano da casa e ho rinunciato a tante esperienze che solitamente i giovani della mia età fanno, potrà sembrare banale ma ti accorgi che qualcosa perdi, d’altra parte ne sta valendo la pena perché fare quello che per me è il mestiere più bello del mondo è una vittoria e una soddisfazione.”
 

Com’è andare via di casa pur essendo molto giovane?

“I primi due anni sono andato in un convitto, quindi vivevo con altri ragazzi e mi sono trovato bene. In generale sono uno a cui non manca stare a casa, i miei li sento tutti i giorni e vengono a vedermi allo stadio tutte le volte che giochiamo in casa. Da qualche anno vivo da solo e diciamo che mi sono creato la mia indipendenza.”
 

A livello di maturazione ti è servito andare via di casa?

“Tantissimo, mia madre me lo dice sempre che prima ero molto disordinato e me ne fregavo, adesso mi sono responsabilizzato. Da tre anni vivo da solo, vado a fare la spesa e compro i prodotti per casa, mi piace tenere pulito e quando sistemo tutto sono soddisfatto del lavoro che ho fatto.”

 

Come ti concentri prima di una partita?

“Io sono un patito di musica, la metto per caricarmi, concentrami e svagarmi. Ci sono delle canzoni che mi fanno sentire proprio sdraiato, in un mood di totale serenità dove non penso a niente. Ho un repertorio abbastanza ampio e da due anni sono anche il deejay dello spogliatoio.”

 

Cosa provi quando sei in campo?

“Dipende tanto dalle partite, per esempio la finale dell’anno scorso a Foggia sembrava l’inferno, c’erano 25 mila persone e prima della partita avevano fatto tutti i fumogeni rossi, ho detto qui non ne esco vivo. Fortunatamente tutte le volte che mi sono ritrovato a giocare davanti a tanta gente non mi sono mai bloccato anzi, il pubblico mi dà sempre la giusta carica emotiva. La partita per me è tutto, se gioco bene la sera sono contento, se gioco male invece non mi puoi parlare. La vivo come se fosse la vita, perché per me è la mia vita e gira tutto intorno a quello.”

 

Che cos’è per te la vittoria?

“La vittoria chiude il cerchio della settimana e del lavoro che hai fatto. Senza girarci attorno se tu ti alleni e giochi bene ma perdi ti puntano il dito, magari non la prima volta ma dopo due o tre sconfitte. La vittoria può stravolgere tutti i piani e i pareri delle persone, è la cosa più importante che ci sia perché ti dà emozioni, io dico sempre good vibes e la vittoria te ne da tante. Vincere ti trasmette delle onde positive e ti permette di costruirti una mentalità vincente.”

 

Cosa diresti a chi ha il tuo stesso sogno? 

“Sembrerà banale ma di non mollare mai, in Italia abbiamo Gatti che ha scalato tutte le categorie e oggi gioca la Champions League; quindi perché non dovrebbe crederci un ragazzo che è in Serie D o in Eccellenza di poter arrivare a giocare grandi partite. Tutti ci devono credere finché hanno la fame e la voglia dentro, dipende tutto da te e dalla fortuna che per me è importantissima. Bisogna vivere il momento e sfruttare ogni singolo minuto passato in campo perché anche i secondi ti possono cambiare la vita.”

 

Il ricordo più bello che hai della tua carriera?

“Sicuramente il gol contro il Pisa ma in generale ho due momenti che mi porto dentro a cui tengo particolarmente. Uno è il gol del 3-2 col Padova e poi il gol che ho fatto appena rientrato da un lungo infortunio. C’era tutta la mia famiglia a vedermi, e ogni mia vittoria è dedicata a loro per tutto quello che hanno fatto per me. In quell’occasione mi sono emozionato in campo, tutti miei compagni sono venuti ad abbracciarmi ed è stata un'emozione bellissima.”

Paola Mascherin

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