Gli infermieri sono oggi tra i lavoratori più colpiti dalle aggressioni sul posto di lavoro. È l’allarme lanciato dal sindacato Nursing Up in occasione della Giornata contro la violenza sui professionisti sanitari, con dati che descrivono un fenomeno in costante crescita nel sistema sanitario italiano.
Secondo un’analisi del sindacato basata su dati Inail, sulla ricerca scientifica Cease-It coordinata dall’Università di Genova e sul confronto con i più recenti report regionali, nel 2025 le aggressioni contro gli infermieri hanno superato quota 130mila episodi all’anno, con un aumento del 4% rispetto ai circa 125mila casi registrati negli anni precedenti.
Un dato che colloca il personale infermieristico tra le categorie professionali più esposte alla violenza nell’intero mondo del lavoro. La sanità, infatti, è il settore con la più alta incidenza di violenza occupazionale e arriva a concentrare fino al 73% degli infortuni non mortali legati ad aggressioni sul lavoro.
Studi scientifici pubblicati sulla rivista internazionale Healthcare indicano inoltre che il 76,6% degli episodi di violenza nelle strutture sanitarie coinvolge personale infermieristico, confermando come siano proprio gli infermieri a pagare il prezzo più alto di questa emergenza.
«La violenza contro infermieri e professionisti sanitari non è più episodica – afferma Antonio De Palma, presidente nazionale di Nursing Up –. I dati indicano una crescita costante del fenomeno e un’incidenza che nel nostro Paese è tra le più alte in Europa».
Italia tra i Paesi più colpiti in Europa
Il confronto internazionale evidenzia infatti una situazione particolarmente critica per l’Italia. Secondo diverse analisi comparative, l’incidenza delle aggressioni sugli infermieri nel nostro Paese supera il 27%, un dato sensibilmente più elevato rispetto ad altri Stati europei.
In Francia, ad esempio, la quota di operatori sanitari che dichiara di aver subito aggressioni si attesta attorno al 12%, mentre in Germania oscilla tra il 10 e il 12%. Nel Regno Unito, secondo la Nhs Staff Survey, l’incidenza è attorno al 15%, mentre nei Paesi Bassi il fenomeno riguarda circa il 7% del personale sanitario.
A livello globale il problema è riconosciuto anche da Organizzazione mondiale della sanità e Organizzazione internazionale del lavoro, secondo cui tra l’8% e il 38% degli operatori sanitari subisce violenze fisiche nel corso della carriera, mentre includendo minacce e aggressioni verbali la percentuale può arrivare fino al 70%.
Il problema del sommerso
Un elemento particolarmente preoccupante riguarda il fenomeno delle aggressioni non denunciate. Secondo Nursing Up molti episodi restano sommersi: spesso gli infermieri rinunciano a segnalare le violenze per timore di ripercussioni sul lavoro, per sfiducia nelle istituzioni o perché considerano ormai queste situazioni parte della routine professionale.
Una dinamica che, secondo il sindacato, rischia di normalizzare la violenza nei luoghi di cura.
Reparti più a rischio
Le aggressioni non sono distribuite in modo uniforme all’interno del sistema sanitario. I dati indicano che i contesti più esposti sono i reparti psichiatrici, dove si registra circa il 36% degli episodi di violenza, seguiti dai pronto soccorso con circa il 28% dei casi. Al terzo posto si collocano i servizi di emergenza territoriale, in particolare il 118, che concentrano circa il 14% delle aggressioni.
Si tratta di ambiti in cui gli operatori sanitari si trovano spesso ad affrontare situazioni di forte tensione emotiva, sovraffollamento e carenza di personale.
"Servono interventi strutturali"
Nel 2020 il Parlamento ha introdotto nuove tutele con la legge 113, che ha rafforzato le aggravanti penali per le aggressioni al personale sanitario. Tuttavia, secondo Nursing Up, si tratta di misure che intervengono soprattutto sul piano repressivo.
"L’inasprimento delle pene è importante ma interviene dopo l’aggressione – osserva De Palma –. Il vero problema è impedire che questi episodi avvengano".
Negli ospedali sono stati introdotti negli ultimi anni strumenti come pulsanti antipanico, braccialetti di allarme e sistemi di videosorveglianza, ma per il sindacato non sono sufficienti ad affrontare le cause profonde del problema.
"Difendere gli infermieri significa difendere il sistema sanitario – conclude De Palma –. Servono sicurezza reale nei reparti, organici adeguati e norme che tutelino davvero chi lavora ogni giorno per curare i cittadini".