I detenuti di Evin non ricevono cibo e nel famigerato carcere a nord di Teheran ci sono pochissime guardie dopo i raid congiunti di Stati Uniti e Israele sulla capitale iraniana. A raccontarlo in una telefonata alla moglie è stato il medico iraniano-svedese Ahmadreza Djalali, detenuto a Evin e condannato a morte nel 2017 per spionaggio a favore di Israele.
"Mi ha detto che non hanno cibo, che la situazione è molto grave e che hanno paura di quello che potrebbe accadere", ha dichiarato all'Afp Vida Mehrannia, che da anni si batte per la liberazione del marito, ex ricercatore presso il Centro di medicina dei disastri (Crimedim) dell'Università del Piemonte Orientale che si trova nel reparto ospedaliero del carcere dopo l'infarto che l'ha colpito lo scorso anno.
Spiegando di essere riuscita a parlare con il marito per "due minuti", la donna, citando la testimonianza di Djalali, ha precisato che le guardie sarebbero ancora schierate all'esterno della prigione, mentre all'interno "avrebbero chiuso le porte e se ne sarebbero andate". Ai detenuti sarebbe rimasto solo del pane da mangiare. Già lo scorso giugno, durante i precedenti attacchi contro l'Iran, il complesso di Evin era stato colpito, riportando danni in alcune sue sezioni.