Novara - 22 gennaio 2026, 17:00

San Gaudenzio, il vescovo Brambilla richiama la Chiesa a un nuovo cammino di misericordia

Dalla parabola dei talenti all’eredità del Giubileo: «L’uomo vale più delle sue azioni»

Nel corso della celebrazione per la festa patronale di San Gaudenzio, il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla ha proposto una riflessione sul significato e sull’eredità del Giubileo appena concluso, interrogandosi su ciò che esso lascia alla Chiesa e al mondo. A guidare l’omelia è stata la parabola dei talenti, scelta come chiave di lettura per il cammino futuro della comunità cristiana.

Il vescovo ha anzitutto spiegato il valore del talento nel mondo antico, definendolo «l’unità di misura monetaria più alta», per sottolineare la portata del dono ricevuto. Soffermandosi sul comportamento del servo che nasconde il talento, Brambilla ha evidenziato come alla base vi sia una immagine distorta di Dio, percepito come un padrone severo e ingiusto. «Il servo agisce per paura – ha osservato – deformando la realtà e l’immagine del padrone».

Da qui l’invito a superare la logica del “do ut des” e l’idea di un Dio che si limita a retribuire le azioni, per riscoprire invece il Dio della donazione e della misericordia, capace di affermare che «l’uomo vale più delle sue azioni». La misericordia, ha chiarito il vescovo, non cancella la giustizia ma la completa, aprendo una prospettiva di speranza anche davanti all’errore.

Il messaggio finale è stato rivolto alla comunità: riconoscere i propri talenti – salute, lavoro, famiglia – come doni, non come meriti personali, e farli fruttificare nel segno di una giustizia vissuta insieme alla misericordia. Un’indicazione concreta per il cammino della Chiesa nel tempo che segue il Giubileo.

Il discorso alla città e alla diocesi del vescovo Franco Giulio:

Carissimi,

Il messaggio che vi propongo quest’anno riprende la parabola dei talenti che abbiamo appena ascoltato (Mt 25,14-30). Questo testo mi ha sempre intrigato a motivo della durezza dimostrata da Gesù, mentre racconta questa parabola sconcertante. Assomiglia all’altra presente sempre nel vangelo di Matteo (Mt 20,1-16), nella quale si racconta che gli operai chiamati a lavorare nella vigna all’ultima ora, ricevono un salario uguale a quelli dalla prima ora. Essa ci inquieta perché introduce un codice mercantile, anche se a noi oggi impressiona di meno perché non conosciamo più l’equivalenza del valore dei talenti.

Il “talento” è l’unità di misura monetaria più alta presente nel mondo antico, come ad esempio il talento babilonese o il talento greco-romano. Dai calcoli che ho fatto, un talento equivarrebbe a circa venticinque/trentamila euro e quindi cinque talenti sfiorano il valore di centocinquantamila euro di oggi! In un’altra parabola (Mt 18,21-35) si narra invece che un tale doveva restituire al suo padrone diecimila talenti, e lo prega perché gli dilazioni la restituzione, mentre egli al contrario si dimostra inflessibile verso un suo collega di lavoro che gli doveva solo cento denari, pari a cento euro: la sproporzione è enorme! In questo caso si tratta di tre milioni di euro (sei miliardi delle vecchie lire) contro un centinaio di euro.

Il padrone della parabola odierna distribuisce a ciascuno diversi talenti secondo la propria capacità. È il modo con cui voglio sviluppare il tema di quest’anno: qual è l’eredità che il Giubileo appena terminato lascia alla Chiesa e al mondo? A partire dalla parabola vi propongo tre approfondimenti: il primo riguarda l’immagine di Dio; il secondo, la qualità del tempo; e il terzo, l’opera dell’uomo.

L’immagine di Dio

Quando noi ascoltiamo il racconto, a un certo punto sentiamo che la parabola introduce come uno strappo, là dove la narrazione stessa sembra sfidare l’esperienza. Dagli esegeti viene chiamata la punta critica della parabola, cioè quel momento nel quale ci si aspetterebbe una conclusione, e invece, trasgredendo la logica, il racconto prende un’altra piega. Al termine si dice che l’ultimo servo, a cui è stato dato un solo talento, lo ha nascosto, mentre ci saremmo aspettati che lo avesse fatto fruttificare. E per giustificare il suo operato, il servo dà una prima risposta inattesa di fronte al padrone:

“Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. 

Nella scusa del servo è presente anche una reticenza, perché in ogni caso il terzo servo almeno un talento l’ha ricevuto. E invece la distorsione dell’immagine del padrone della parabola è costruita in modo tale che venga deformata anche la realtà. Infatti continua il testo:

“Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 

Il servo distorce l’immagine del padrone. Che la parabola usi il rapporto signore-servo, a noi può scandalizzare, ma nell’antichità, in cui i servi e gli schiavi erano presenti nella società in una percentuale pari a circa il 70%, l’utilizzo di questa immagine era molto comprensibile. In ogni caso il racconto fa esplodere dal di dentro questa cornice, perché dinanzi al servo che rinfaccia al padrone la sua durezza, questi risponde confermando la sua immagine deformata.

“Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro…” (Mt 25,26-27)

Ora è noto che l’immagine di un Dio che retribuisce ciò che noi facciamo (il Dio della retribuzione) sembra quella più presente nell’Antico Testamento. Talvolta ci impressiona leggere alcuni passi in cui Dio premia e castiga in base alle nostre azioni. Non è di per sé un’immagine sbagliata dire, anche per noi italiani che siamo facili all’idea del condono, che le opere degli uomini e delle donne debbano in qualche modo essere retribuite in base al bene che fanno o al male che compiono. Tutto ciò esprime un’idea elementare di giustizia. Tale idea di giustizia però può essere maggiorata, o meglio peggiorata, quando entra nel gioco del do ut des. Dal momento che la parabola si riferisce a Dio, è probabile che il motivo per cui Gesù la racconta intenda rovesciare questa immagine di Dio!

Gesù vuole affermare che Dio non è così, non è solo uno che retribuisce secondo le tue azioni – naturalmente se uno agisce male, Dio non può non dirlo! – ma Dio con la sua misericordia ci dice che l’uomo vale di più delle sue azioni. Questo è il rapporto tra giustizia e misericordia: la giustizia manifesta il peso e le conseguenze delle azioni umane, la misericordia dischiude all’uomo un “oltre” delle sue azioni, aprendo una finestra di speranza anche al di là delle scelte più negative. Talvolta noi abbiamo l’idea che la misericordia salti la giustizia, quasi che sia una misericordia che non rispetti la legge, che non segue la logica delle cose e la giustizia della vita, che insomma trascuri un elementare concetto di giustizia. Il padrone della parabola si rivolge al servo infingardo dicendo: “io ti giudico e ti tratto secondo la tua idea distorta, però il mio essere non è questo”.

Allora possiamo raccogliere la prima eredità dell’anno giubilare appena concluso: il giubileo ci ha fatto fare un passo in avanti, forse il più bello che Gesù ci rende possibile: bisogna passare dal Dio della retribuzione al Dio della donazione. Dio è uno che dona! Ciò che noi possiamo fare, ciò che noi faremo nei prossimi anni, lo facciamo perché abbiamo la salute, il lavoro, la serenità in famiglia, che sono i nostri talenti. Basta pensare alla salute: se essa ci manca o è fragile, ci si rende subito conto che tutta la nostra supponenza o la pretesa di essere gente che cambia il mondo si scontra con un probabile fallimento. La parabola ci chiede di passare dal Dio della retribuzione al Dio della donazione. Con una precisazione essenziale però: il dono di Dio, i suoi talenti, possono e debbono diventare l’opera buona di noi uomini e donne. Dio non ci considera solo per le nostre azioni (buone o cattive), ma non può far finta di nulla se operiamo bene o male, bensì dona la sua misericordia (il Giubileo come anno di grazia), perché noi possiamo operare con giustizia e misericordia insieme!

La qualità del tempo

 Il secondo approfondimento può essere ricavato dallo sfondo della parabola, a cui si accenna nella prima riga del racconto. La parabola si colloca nel capitolo 25 del vangelo di Matteo: è preceduta dalla parabola delle dieci vergini (Mt25, 1-13) che ha un forte impatto escatologico, perché richiama le realtà ultime, ed è seguita da una terza parabola, detta del “giudizio universale” (Mt 25,31-46). Il capitolo 25 appare così ordinato e intessuto con tre parabole “colorate” da questo tema: cosa accade quando sembra che il Signore se ne va? Com’è il tempo in cui il padrone, il Signore della vita, sembra assente? Il testo, infatti, inizia il racconto così:

“Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio…”

La parabola si apre con un riferimento a una situazione vissuta con angoscia dai cristiani del primo secolo: Gesù se ne era andato e il suo ritorno sembrava tardare. Questo modo di dire è ripreso anche nell’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35), nel quale Gesù è il forestiero che si accosta ai due discepoli che fuggono da Gerusalemme, li accompagna e li istruisce sul loro cammino. Una volta arrivati a Emmaus, i discepoli lo riconoscono nel gesto dello spezzare il pane. Tuttavia prima di entrare nella casa, il racconto sembra presentare una digressione improvvisa:

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano”.  

Gesù allora è invitato dai due discepoli a rimanere «perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». L’immagine del “tramonto del giorno” rimanda al capitolo 7 della prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, nel quale in modo chiaro è detto:

“Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; passa infatti la figura di questo mondo!”. 

Si manifesta qui il tema della qualità del tempo, quello che intercorre tra la prima venuta di Gesù nella storia e il suo ultimo ritorno. Il nostro tempo non è un tempo vuoto, ma un tempo da colmare, da riempire, anzi è la “pienezza del tempo” che riceviamo in dono. Non è un tempo per rilassarsi, o da vivere passivamente, con le mani in mano. È il motivo per il quale ancora san Paolo nella seconda Lettera ai Tessalonicesi afferma: “Chi non vuole lavorare, neppure mangi”. (2Ts 3,10b).

Pertanto, il tempo tra la prima venuta di Cristo a Betlemme e il suo ritorno alla fine dei tempi non è un intervallo di tempo “da ammazzare”, non è un tempo morto, ma un tempo da riempire. Si potrebbe anche dire che Gesù si fa da parte e cambia di posto – è il mistero dell’Ascensione – perché ciascuno di noi trovi la sua parte da fare e il posto dove abitare. È un elemento fondamentale pure nella trasmissione della vita da parte dei genitori. Essi debbono farsi da parte, perché il figlio trovi la sua parte da fare, devono stare in un altro posto perché il figlio scopra il suo posto nel mondo.

Individuare il nostro posto significa trovare il nostro spazio di responsabilità, la capacità di rispondere alla richiesta del Signore che ci affida i nostri talenti. Persino i primi due che erano stati capaci di raddoppiare i loro talenti non avevano capito che quel risultato era semplicemente la risposta a un dono che li precedeva, se consideriamo anche l’entità del dono e il suo risultato. Proprio perché hanno ricevuto un grande capitale, hanno saputo trasformarlo e farlo fruttare.

È la qualità del tempo cristiano: è una qualità che ha cambiato la faccia dell’Occidente. Prima il tempo del lavoro era “prerogativa degli schiavi”; nel corso dei secoli successivi è diventata la modalità di tutti, ma è occorso certamente molto tempo e non è ancora superata del tutto la concezione che il lavoro, che accompagna la storia dell’umanità, dal Medioevo fino ad oggi, sia solo per alcune categorie umane (servi della gleba, persone di servizio, ecc.), oppure venga considerato un’occupazione meno nobile del lavoro intellettuale e creativo.

Mi piace allora raccogliere una seconda eredità del Giubileo, dicendo così: Gesù è partito per un paese lontano, non per lasciarci soli, ma per farci trovare il nostro tempo, la nostra parte, il nostro posto. È il tempo della responsabilità, della capacità di rispondere, e di risponderne, vale a dire di coinvolgere noi stessi in questa risposta. L’anno giubilare è appena terminato: per la fine di questo primo mese dell’anno ciascuno di noi può fermarsi e domandarsi: che cosa mi lascia il Giubileo del 2025 per i prossimi venticinque anni? Negli ambienti di famiglia e di lavoro, così come in tutti gli altri luoghi che concorrono alla vita sociale, non abbiamo bisogno solo di gente che risponde, ma di gente che nerisponda! È la piccola particella – ne – che fa la differenza, e che dice la passione con cui l’uomo o la donna vivono la loro realtà, non semplicemente “funzionando”, ma “mettendo in gioco” un po’ di sé, perché quello è il proprio posto, è lo spazio della propria responsabilità.

L’opera dell’uomo

Il terzo e ultimo aspetto ci presenta la sottolineatura esortativa della parabola, che risulta la più immediata e di facile comprensione. Possiamo intitolarla: l’opera dell’uomo. Nel racconto, tutti e tre i servi danno la stessa risposta, anche se l’ultimo lo fa in modo capovolto:

 “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 

 “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 

Le prime due risposte sono uguali e ciò serve al racconto per creare una “suspense” e attirare l’attenzione sul terzo. Intanto per i due primi casi, l’operosità viene descritta come un talento. La parola talento che indica una moneta, un’unità di misura, è diventata per noi occidentali, proprio a partire da questo testo, l’indicazione di un’inclinazione personale, come si dice di chi “ha un talento” per una particolare attività o arte. Un tempo, sia in latino che in greco, il termine non aveva questo significato, ma dalla moneta gradualmente è andato poi ad indicare l’inclinazione (talento per la musica, per la pittura, per il canto, fino ai nostri giorni, il talento di fare l’influencer!).

L’opera dell’uomo diventa un talento se fa fruttare i doni. Nella parabola la parola talento ricorre quattordici volte (7×2): esso va inteso sia come inclinazione che come realizzazione. Nella valutazione di Gesù si indica la bontà dell’opera (servo buono) e s’intende la bontà che dura (…e fedele). Al contrario Gesù indica la falsità e la pigrizia dell’ultimo servo (servo malvagio e pigro/infingardo).

Ecco la conclusione che scioglie il senso del racconto! Al termine della parabola, il Signore non è più il padrone, perché lo schema signore-servo viene fatto saltare. E se noi siamo qui oggi e ci sentiamo un po’ come dei signori lo dobbiamo anche a questo racconto. Persino Hegel nella sua opera ha una famosa trattazione sul rapporto signore-servo (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, a cura di Vincenzo Cicero, ed. Rusconi, Milano 1995, pp. 275-289). La parabola ci dice che, partecipando alla gioia del Signore, usciamo da una situazione di retribuzione ed entriamo in una dimensione di relazione.

In conclusione, vi propongo solo tre piste lungo le quali possiamo trasformare i talenti di Dio nell’opera dell’uomo:

  • La prima pista riguarda i giovani: dobbiamo stare vicino alle nuove generazioni, soprattutto agli adolescenti, mettendo insieme l’opera degli educatori e dei volontari. La prima cosa che essi ci chiedono è di ascoltarli, di essere presenti con loro, di farli sognare. I nostri Oratori della città e dei grandi paesi d’intorno devono operare in forte sinergia per animare una presenza del mondo giovanile, utilizzando i loro linguaggi e i loro interessi.
  • La seconda pista riguarda le famiglie: dal punto di vista sociale la famiglia chiede risorse e mezzi, per rendere possibile a entrambi i genitori che lavorano di gestire i figli: le scuole materne e gli asili sono una risorsa preziosa della città e della provincia; il rapporto con la scuola è diventato difficile e i genitori e docenti devono essere alleati e non concorrenti per il bene dei figli. Certo i figli sono il bene più prezioso della casa, ma non si fa il loro bene, se famiglia, scuola e comunità non sono concordi nella loro opera educativa. Dal punto di vista umano la famiglia richiede un’attenzione speciale e chiedo ai parroci, ai Consigli Pastorali di rivolgere tempo e iniziative per sostenere la vita di coppia e di famiglia.
  • La terza pista riguarda le forze sociali: Novara e la sua provincia, ma anche tutta la Diocesi, può fregiarsi di essere un macrocosmo di iniziative sociali e di volontariato: bisogna aprire queste realtà all’aiuto dei giovani più grandi, bisogna operare di più insieme, occorre superare uno stile particolaristico, per immaginare azioni sociali che offrano di più nel servire al bisogno sociale che si fa sempre più grande e più esigente.

L’eredità del Giubileo è proprio questa: immaginare proposte e sostenere pratiche per un mondo più giusto e riconciliato, mentre intorno infuria la guerra, prima che sul campo, nei dibattiti e nelle contrapposizioni sui social. Il nostro Paese in Europa ha vissuto 80 anni di pace, ma le sue idealità e i suoi pensieri oggi sono più divisi che nei primi decenni postbellici. Per fortuna le sue opere talvolta sono state e sono migliori e proprio questi talenti nell’educazione, nella sanità, nel volontariato, nella vita civile e sociale hanno bisogno di essere sostenuti e promossi. Questo è il mio augurio per questo san Gaudenzio 2026!

Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

Redazione